Ariccia, 2020. Un fabbricato collabente con una volumetria precisa e un vincolo altrettanto preciso: stessa sagoma, stessa impronta, stessa cubatura. Demolizione e ricostruzione nei limiti esatti del preesistente. Una scatola da riempire di nuovo — ma non in modo qualunque.
Il cliente aveva le idee chiare: minimalismo, cemento a vista, contemporaneità senza compromessi. Il mio compito era trovare, dentro quei vincoli volumetrici rigidi, gli elementi capaci di trasformare una casa "cubica" in qualcosa di riconoscibile e vivo. La risposta è arrivata dalla luce — o meglio, dalla sua mancanza.
Il piano terra era il nodo critico. La zona giorno — cucina e salone — riceveva poca luce naturale, schiacciata dalla volumetria compatta e dall'esposizione del lotto. Invece di inseguire soluzioni convenzionali, ho lavorato verticalmente: nel solaio che separa il piano terra dalla terrazza superiore ho inserito lastre di vetrocemento, creando un lucernario diffuso che porta la luce zenitale direttamente nel salone. La luce scende dall'alto, non entra dai lati — e cambia la percezione dell'ambiente in modo radicale, soprattutto nelle ore centrali della giornata quando il sole è alto e le finestre laterali non servono.
Ma il vero elemento risolutivo è la scatola di vetro.
Un volume parallelepipedo interamente vetrato che fuoriesce dalla geometria dell'edificio, tagliando verticalmente la facciata su tutta l'altezza. Non è una finestra, non è una bow-window, non è un dettaglio: è un elemento architettonico autonomo che svolge tre funzioni simultaneamente.
La prima è funzionale: capta la luce su entrambi i livelli, portandola al corridoio del piano superiore — l'asse distributivo della zona notte — che altrimenti sarebbe rimasto cieco e artificialmente illuminato. La seconda è botanica: all'interno della scatola vetrata vive un giardino secco, un piccolo ecosistema di piante grasse che la trasformano in una serra privata, un elemento vivo nel cuore dell'edificio. La terza è compositiva: all'esterno, questo volume di vetro rompe la geometria austera della casa cubica, introduce una trasparenza inattesa in una facciata di cemento, e crea un gioco di riflessioni e profondità che cambia con l'ora e la stagione.
Di notte, la scatola si illumina dall'interno e diventa la lanterna dell'edificio.
Il cliente voleva cemento a vista — e cemento a vista è stato. Le pareti esterne in cemento armato sono la pelle principale dell'edificio: fredde, precise, senza intonaco. Ma il cemento puro rischiava di diventare monolitico, pesante, privo di scala. Ho introdotto due correttivi: le finestre e le aperture sono inquadrate da cornici in bianco puro, che le staccano dalla superficie grigia e le rendono elementi di composizione consapevole; i pannelli in corten distribuiti sulla facciata aggiungono un terzo piano cromatico — il marrone ossidato, caldo e organico, contro il grigio del cemento e il bianco delle cornici. Il risultato è una facciata che si legge in tre strati, che ha profondità e movimento pur mantenendo un'estetica rigorosamente minimalista.
Piano terra: l'ingresso introduce all'open space cucina-soggiorno, cuore luminoso del piano grazie al vetrocemento in copertura. Sul retro, un disimpegno distribuisce a uno studio, al bagno e alla lavanderia — la parte di servizio della casa, silenziosa e separata dal living. Le scale — elemento di design curato nei dettagli — collegano i due livelli e portano al corridoio superiore, il cui asse è scandito dalla luce della scatola di vetro. Al piano superiore si trovano tre camere da letto, ciascuna con cabina armadio, una delle quali con bagno en suite; un bagno comune serve le altre due. Centododici metri quadri lordi per piano, utilizzati senza sprechi, con una distribuzione che separa nettamente giorno e notte e garantisce a ogni ambiente la propria identità.
Il piano interrato: dal buio alla luce
Prima della ricostruzione il piano interrato era classificato come zona non residenziale — cantine, depositi, spazio tecnico. Con la demolizione e ricostruzione è stato effettuato un cambio di destinazione d'uso che ha restituito a questo livello una funzione abitativa piena, ampliando concretamente la superficie utile della casa. Un'operazione burocratica e progettuale che ha moltiplicato il valore dell'intervento senza alterare la volumetria consentita.
Il legno è il quarto materiale della facciata — e forse il più caldo. Pedane e pergole in legno naturale definiscono gli spazi esterni al piano terra, raccordando l'interno con il giardino e creando zone d'ombra e di sosta che prolungano la vita della casa verso l'esterno. I balconi del piano superiore non sono balconi aperti: sono coperti da pergole in legno e acciaio che ne filtrano la luce e li trasformano in spazi intermedi — né dentro né fuori — abitabili in ogni stagione. Il colore dell'acciaio riprende il tono del corten di facciata, creando una continuità cromatica tra i piani e tra i materiali: il marrone ossidato della lamiera, il marrone caldo del legno, il grigio del cemento. Una palette di tre colori che si tengono insieme senza sforzo, come se fossero sempre stati lì.