Grottaferrata, 2018. Tesi di laurea magistrale in Architettura. Nel cuore del corso principale, a pochi passi da Piazza Cavour, esisteva un mercato coperto in stato di abbandono: una struttura metallica in acciaio — travi IPE e capriate reticolari — che nel degrado aveva conservato intatta la propria logica costruttiva. Non un rudere, ma uno scheletro ancora in piedi. Ho scelto di non abbatterlo.
La proposta è un teatro da 300 posti. Un teatro nel centro storico di Grottaferrata, dove non ce n'è uno. Un atto di fiducia nella città e nella cultura come infrastruttura urbana.
Il principio organizzativo del progetto ha un nome preciso nella mia testa: la rosa nel deserto. Una forma che si genera dall'interno verso l'esterno, che cresce per strati concentrici, che si apre gradualmente al paesaggio circostante. Attorno all'edificio, una serie di rampe esterne risalgono il dislivello naturale del terreno — il sito è in pendenza — e conducono dal livello d'ingresso fino alla copertura praticabile, che diventa una piazza solarium accessibile a tutti. Non solo un teatro: un pezzo di città in quota, aperto anche a chi quella sera non va a vedere nessuno spettacolo.
Le rampe non sono un espediente tecnico per superare i dislivelli — sono l'elemento architettonico generatore del progetto, il gesto con cui l'edificio si relaziona con il suolo, con il corso, con il contesto storico circostante.
La struttura metallica preesistente del mercato — travi IPE e capriate reticolari — è stata mantenuta e trasformata in involucro esterno dell'edificio nuovo. Non una facciata decorativa, ma un captatore: la struttura metallica ospita i pannelli fotovoltaici che coprono il fabbisogno energetico dell'intero complesso. L'acciaio che era il mercato diventa la pelle energetica del teatro — un cambio di funzione radicale che conserva la memoria costruttiva del luogo.
All'interno di questo involucro, la nuova struttura portante è in calcestruzzo armato e poroton. All'esterno, la facciata è rivestita in mattoni di laterizio, con pannelli microforati in corten che filtrano la luce, modulano le aperture e danno movimento ai prospetti. Tre materiali, tre temperature cromatiche — il rosso del mattone, il marrone ossidato del corten, il grigio dell'acciaio preesistente — che convivono senza sovrapporsi.
Il progetto si sviluppa su tre livelli, ciascuno con una funzione precisa.
Al livello d'ingresso si trova il foyer: lo spazio di accoglienza e di transizione tra la città e la sala. Due corridoi laterali conducono alla platea, dove 300 posti a sedere si organizzano davanti a un palcoscenico di 6 metri di larghezza — dimensioni che permettono produzioni teatrali di media scala, dalla prosa alla musica da camera.
Al piano inferiore si trovano i locali di servizio per il pubblico — bagni, guardaroba — e quelli per gli artisti: camerini, spogliatoi, spazi di preparazione. Nel retroscena, magazzini attrezzati e un montacarichi per le strutture di scena, le quinte, i fondali. Una macchina teatrale completa, invisibile dal fronte, ma necessaria perché lo spettacolo funzioni davvero.
Sempre al piano interrato, due sistemi impiantistici di grande dimensione: un accumulo fotovoltaico da 100 kWh in batterie, che gestisce l'energia prodotta dalla copertura metallica, e una cisterna di raccolta delle acque piovane da 100.000 litri, destinata all'irrigazione e agli usi non potabili dell'edificio. Un teatro che si autoalimenta, almeno in parte.
Il Teatro Pirandello non è solo un contenitore per spettacoli. È un progetto di suolo pubblico: le rampe esterne, la copertura praticabile, il belvedere in quota sul centro storico di Grottaferrata sono accessibili indipendentemente dalla programmazione teatrale. L'edificio è aperto anche quando il sipario è chiuso. In una città che manca di spazi pubblici di qualità, questo conta quanto la sala stessa.